martedì 3 aprile 2012

Ladro


È notte. Un uomo dorme nero nel suo letto, mischiato all’oscurità. Le pupille danzano nella retina, sotto quelle palpebre che nascondono campi sterminati di sogni, mongolfiere spinte dalla speranza, desideri fatti d’oro. Il corpo dell’uomo si gira nel suo giaciglio, sembra quasi un animale biblico a suo agio nell’arca antidiluviana. Il respiro mormora soffi regolari, cresce come una montagna e poi si affloscia come un lenzuolo vinto dal vento.
Ecco. Un rumore. Un battito secco d’ali. Una frustata all’aria nell’aria. Il respiro si ferma. Le palpebre si aprono all’improvviso, sguainando sangue dagli occhi. Il battito comincia ad accelerare il suo ritmo come un centometrista che vede il traguardo, e lo cerca, lo cerca, lo cerca…
Il corpo dell’uomo si alza di scatto a metà. Ora sembra una elle perfetta, una scultura fatta di carne e respiro che vive e recita umanità. La elle si scompone. Ecco. L’uomo si alza. La sua percezione del tempo e dello spazio non gli permette di avere sicurezza nei movimenti. È buio nell’oscurità. Ecco. Trova l’interruttore. Finalmente. Si erge imperioso nella sua stanza ora abbagliata dalla luce elettrica, imperatore del dominio privato. Ecco. Quel rumore di prima. Sì, solo ora gli torna in mente. Apre la porta, lentamente. Avanza con dolcezza nel corridoio, illuminato solo di sponda dalla luce ancora accesa nel vecchio regno. Quel tratto di casa lo aspetta tutto tremante; l’uomo avanza, un passo segue l’altro, ma con fatica, con estrema fatica. Ecco. Eccola. Una faccia da umano come lui spunta appena varcata l’ultima soglia. Quel volto appare, quasi sorridente, come quello di un bambino.
L’uomo si sente un dio senza vincoli in questa beata finitezza. È il volto di un ladro, anima nomade e felice. Oppure triste e disperato. Nessuno potrà dirlo mai. Quel sorriso sguazzava in migliaia di significati…


Raffaele Nappi

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