lunedì 10 settembre 2012

Terraferma



PROVATECI.
Provateci , piano, con l’immaginazione. Non è impossibile. Ecco; un mare, lo sciabordio continuo. Ecco l’onda, ecco la luna, ecco il cielo nero e infinitamente perso. Non ci vuole molto.
Ora aggiungete un piccolo particolare. Niente di straordinario, per carità. Mettete un cadavere che balla sulla superficie, e lento affonda. Mettete un altro corpo già affondato. E un altro ancora. Ecco. Mettete anche i capelli, neri, che sembrano mucillagine. Un’altra morta.
La scena è quasi completa. Basta aggiungere una mano che si sbatte nelle onde, come impazzita. Già che ci siete metteteci anche un urlo, ancora più folle. Disperato.
C’è ancora un corpo vivo. Si sente. Anche se è tutto nero. Quella mano sbatte sulla superficie. Quell’urlo chiama aiuto.
Il braccio si tende, in uno sforzo sovraumano. Qualcuno è ancora vivo. Il pescatore si affaccia verso l’oscurità. Ci pensa. Poi, dopo un attimo, si gira. Accende il motore e torna a casa.
Conserverà nel silenzio della notte il suo rimpianto.
Ecco. L’esercizio è terminato. La verità è venuta a galla; non serve l’immaginazione.
La legge 189 del 2002, comunemente denominata “Bossi-Fini” all’articolo 35 istituisce “la Direzione Centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere con compiti di impulso e coordinamento delle attività di polizia di frontiera e di contrasto dell’immigrazione clandestina”. Allo stesso tempo, all’articolo 11, nel tentativo di punire i trafficanti, vieta a qualsiasi imbarcazione che non faccia parte della Direzione Centrale di aiutare i migranti, con pene elevatissime per chiunque violi la norma.
Quel braccio resterà teso.
Raffaele Nappi

venerdì 24 agosto 2012

Le notti verdi


Eni, Tutto intorno a te.
Lo slogan lampeggiava come una lucciola a Natale. Nella notte. La penna continuava a girare tra le dita, indomita. Poi, a istanti scelti, si fermava. Contemplava il silenzio. Ad ogni battuta d’arresto corrispondeva una riflessione. L’ufficio, di notte, era l’ideale per mettere su esami di coscienza settimanali e spunti geniali giornalieri. Quelle poche anime che vi ronzavano dentro non facevano altro che trascinarsi da una postazione all’altra, o, più precisamente, da una postazione a quella del caffè.

L’estate volgeva al termine, calda, torrida, insofferente. E con la bella stagione si esaurivano le scorte promozionali. Si sa; la dea pubblicità vuole che tutto, sempre, sia reclamabile. Ad ogni ora. Giorno e notte.

Giorno e notte. Fu questa l’allucinazione. Fu in quella precisa parola, notte, che la penna tornò a fermarsi. Questa volta per un bel pezzo di tempo. E di silenzio.

Quando la Eni comunicò la sue nuove offerte post-estive i telegiornali ebbero difficoltà a dare un taglio preciso alla notizia. Qualcuno pensava di inserirla nella sezione “Costume e società”, optando per una scelta leggera. Qualche altro direttore, invece, puntava sulla parte drammatica del caso. Non c’era proprio nulla da scherzare con la “verde” che sfiorava, toccava e superava i 3 euro a litro.

Chi ha avuto la pazienza di leggere fino ad ora potrà beneficiare di una breve digressione sui costumi del tempo. È bene sapere, infatti, che, in quel tempo, gli stili di vita erano cambiati profondamente, così come la geografia delle città. Con i 3 euro a litro le macchine in circolazione erano davvero poche, altro che vacche magre. Quando si avvicinava il rombo soffocato di una marmitta, quasi tutti si giravano verso il fortunato. A volte era il ricco di turno a prendersi la ribalta; quando passava con quel suo macchinone rosso fiammante, oltre che scintillante, scioccante, suadente, sfavillante, tutti rimanevano a bocca aperta, più per lo spreco di benzina che per la serie di aggettivi sopra elencati. Le città, dicevamo. Con molte meno auto in circolazione, o come volete, con molte più auto nei garage, i centri storici divennero, forzosamente più che per decreto comunale, tutti a disposizione dei pedoni. Finalmente, per una volta, le città italiane tornarono a galleggiare nella storia, con le biciclette per le vie principali, con i turisti a piedi al centro della strada, con folle silenziose di orientali che si districavano come tentacoli lungo le caratteristiche viuzze. Non c’è male, direbbe qualcuno.

L’idea, quella dell’inizio, della penna ferma, se ricordate, era troppo fantastica per diventare realtà. Una pazzia. Quella notte, nell’ufficio del Dipartimento Amministrativo dell’Eni, i neuroni girarono a mille. Come mille pistoni.

Qualcuno, come dicevamo, non riuscì a mantenere la giusta misura e la deontologia professionale andò a  farsi benedire, anche da parte di illustri rappresentanti degli organi di informazione. Alcuni testimoni confermano di aver avvistato strilloni per le strade. Il grande ritorno, potremmo dire. Ne valeva la pena, aggiungerebbe qualche altro. Per una notizia così.

Eni, tutto intorno a te, ha deciso di cambiare il mondo. Una nuova, sconvolgente offerta è pronta per servirti e riverirti come non mai. Prendi la tua macchina dal garage, rispolvera il vetro con amore, accarezza il cambio, siediti comodo. E accendi pure il motore. Dopo 10 anni di torture petrolifere e di aste al rialzo il prezzo della benzina tornerà ad una quota sconvolgente. Solo da noi potrai ricevere uno sconto impressionante: PER TUTTE LE NOTTI, A PARTIRE DAL MESE DI OTTOBRE, IN OGNI STAZIONE ENI POTRAI ACQUISTARE UN LITRO DI BENZINA ALL’INCREDIBILE PREZZO DI 20 CENTESIMI AL LITRO. È un’occasione che non potete perdere. Metti in moto la tua vecchia auto e corri da noi. L’offerta è valida solo dalle 3 alle 4”.

In sostanza, andò così. Quella penna aveva scaturito un pandemonio. Credetemi.

Le prime notti di ottobre la situazione era piuttosto tranquilla. Certo, non tutti avevano creduto davvero all’offerta. 20 centesimi per un litro di benzina erano cose dell’altro mondo. Mai visti prezzi del genere. Verso le 3 e 15, nelle stazioni Eni, cominciavano ad arrivare curiosi, perlopiù vecchietti in cerca di avventura memorabili, o giovani che approfittavano del rientro dalla discoteca per fare il pieno con pochi spiccioli. Quando la voce cominciò a spandersi, più che a macchia diremmo a pozza d’olio, le prime code cominciarono a sorgere, anticipando di gran lunga l’alba mattutina.

Passarono i giorni, e soprattutto le notti, e l’offerta sembrava non finire mai. In effetti, nel body-copy non c’era nulla che accennasse al termine delle condizioni. Le code, cominciarono a diventare chilometriche. Diverse categorie di umani trascorrevano le loro serate in cerca della benzina Eni. I tirchi, comunemente riconosciuti da un ghigno sofferente sul lato del labbro e da un braccio inspiegabilmente più corto del normale, si appollaiavano nelle vie che portavano alle stazioni di benzina già dal primo pomeriggio, per paura di perdere quella straordinaria occasione. I vecchietti, comunemente riconoscibili dal pelo canuto, o dall’assenza di pelo, e dal fare un po’ arzillo e un po’ spinto, arrivavano nelle stazioni di servizio in piena notte. La loro ricerca di emozioni forti li spingeva fino a quello; la Fiat Cinquecento bianca risplendeva come nuova, altro che fiammante, con quella bionda straniera sul sedile a fianco. I giovani ubriachi di ritorno dalle discoteche, comunemente riconoscibili anche a vista d’occhio per i movimenti scoordinati e aleatori, arrivavano sparati, superando tutte le code a velocità doppia sulla corsia opposta.

I tirchi, quelli, cominciarono a sbraitare come scimmie; avevano paura che i giovani, quelli ubriachi, raggiungessero la stazione di servizio prima di loro. I vecchietti, imbacuccati sul sedile posteriore con le bionde sfavillanti, rimboccarono subito la dentiera e si misero al loro seguito, pensando fosse una gara improvvisata, e per giunta pirata. I benzinai, operatori di una multinazionale che si era diffusa a pozza d’olio, come dicevamo, sul resto del pianeta, si videro correre incontro una mandria di automobili senza controllo e senza freni, nemmeno inibitori. L’incidente fu inevitabile. La tragedia pure. Morti e morti si aggiunsero ai danni provocati dall’esplosione violentissima dei giacimenti di liquido infiammabile nei sotterranei della stazione di servizio.

L’offerta, dopo qualche giorno terminò. La compagnia petrolifera, con un preciso dossier pubblicato dai giornali di sinistra, fu accusata di manipolazione degli stili di vita. I medici intervistati confermavano le anomalie riscontrate nei pazienti che usualmente andavano a rifornire le loro auto tra le 3 e le 4 del mattino. Instabilità mentale, irrequietezza, mancanza di controllo, ipertrofia, tensione muscolare, tensione nervosa costante, pressione corporea al di là dei livelli di guardia.

Il mondo, dopo un lungo e difficile periodo di nostalgia “verde”, tornò alla realtà. Niente macchine, niente mezzi pubblici, niente corse di Formula 1, moto, motocross, motocicli, apecarri. Niente di niente. Una sola, irrimediabile certezza: che quella sostanza oleosa, puzzolente, nauseabonda, aveva conquistato la razza umana in maniera decisiva. O forse loro manco lo sapevano.

Raffaele Nappi

giovedì 2 agosto 2012

Le Olimpiadi e la bambina


Di solito preferiva restare da sola. Ma c’era sempre qualcuno, lì nascosto tra gli alberi, ad osservarla. Baby non era un nome poi tanto male per una ragazzina come lei. Forse, al massimo, un po’ troppo occidentale. Quando i fratelli andavano a lavoro lei se ne stava nella foresta per pomeriggi interi. Correva. Correva su per le alture dell’altopiano, senza guardare mai il sole; il capo chino e la schiena dritta, immersa nell’aria. Una bambina poco veloce, ma resistente come pochi. Se gliel’avessero chiesto non avrebbe saputo rispondere. Baby, allora, com’è nata questa sua passione per la corsa? A dire il vero non so, passo i pomeriggi correndo, mi piace diventare vento, tiepida sotto il sole, galleggiando nell’aria. Ma, mi raccomando, non lo dica a nessuno, non scriva il nome, per piacere. I miei non devono sapere.

Baby, a dire il vero, non avrebbe nemmeno risposto alla domanda. Non le piaceva rispondere. Forse non le piaceva nemmeno parlare. Possedeva, a dirla poeticamente, quella capacità elegante e superba della bellezza rude, quasi violenta, inattaccabile. Era un’anima selvaggia, nuda nella sua fierezza.

Non era sola, dicevamo. Come qualsiasi bellezza inattaccabile, Baby era braccata dal cacciatore. Il suo, però, era uno di quei cacciatori immobili, statici, che aspettano per una vita intera se necessario. Quello, l’aveva vista correre solo per pochi metri, una volta sull’altura, e svenne, all’istante. Da allora non aveva fatto altro che seguirla. Era un vecchio saggio con la passione per la solitudine, perso nella vita tra la vita degli altri. Non voleva farle del male, per carità. Era solo così; era necessaria. Guardarla gli serviva per andare avanti. Era una meteora senza esplosioni. Nessuna cometa, nessuna scia. Nessuna scomparsa.

Il vecchio cacciatore, dannato stratega di novità, era un appassionato mortale per la tecnologia. Fu così che, dopo 7 mesi dall’ordine presso la posta del paese più vicino, arrivato un pacco contenente un pc si ritrovò di nuovo tramortito a terra. Era così, non conosceva mezzi termini. Per fortuna non conobbe il matrimonio, altrimenti sarebbe cascato dritto in terra anche lì. L’emozione lo investiva. Punto.

Tralasciamo, delegando l’immagine al lettore, cosa accadde quando il vecchio cacciatore si dotò di un telefonino incorporato di telecamera. E di come se ne girava con quell’arma maledetta in pugno a seminare il panico tra gli abitanti del villaggio, che lo assalivano ogni volta erano puntati da quell’aggeggio nero. Il cacciatore, dicevamo. Niente, nemmeno gli svenimenti più recenti, lo fecero allontanare dalla sua gazzella. Ogni pomeriggio, in un altopiano scosso dal vento, si incontravano senza vedersi un vecchio pazzo con un telefonino e una ragazza più taciturna di una pietra che fendeva l’aria, lentamente.

Il cacciatore, quel pomeriggio di primavera, mise su il più grande progetto della sua vita. Grazie ad un impeccabile sistema di cronometraggio riuscì a misurare in quanto tempo la giovane gazzella attraversasse l’altopiano. E così nei giorni successivi. I quaderni, prima bianchi di solitudine, diventarono zeppi di numeri, cronometri, confronti. Il vecchio cacciatore, al tavolo, mentre era al lavoro, svenne. Svenne ancora. E ancora. Passò un intero giorno a rimanere secco. Si svegliava, guardava il quaderno, e cadeva come freddo corpo cade. Su e giù. Impazzito.

All’ultimo risveglio il vecchio cacciatore si decise. Sarebbe andato di nuovo all’altopiano. Per l’ultima volta. L’attrezzatura era fissata, l’obbiettivo pronto a inquadrare la storia. Come un Cacciatore finalmente degno del suo nome, il vecchio seguì la gazzella in ogni centimetro della sua corsa. Senza mollarla un attimo. Quando la gazzella scomparve all’orizzonte, annegata nel vento, tutto era fatto. Il tempo era preso, l’obbiettivo aveva fatto il suo dovere. Ora era tutto vero. Nessuno avrebbe potuto negare.

Il video fece il giro del mondo in meno di 80 giorni. In meno di un giorno. Una gazzella, violenta e selvaggia, che corre come impazzita verso il vento su un altopiano di una terra che forse manco esiste, talmente dimenticata da tutti. Una bambina senza nome, che ferma il cronometro sotto il record del mondo. Prima di tutti, prima del tempo umano, regolare, consentito. Un miracolo senza nome, senza storia, ma un miracolo. Team di scienziati confermarono la veridicità dei fatti. Nessuno sapeva chi avesse girato quelle immagini, non c’era descrizione alcuna, ma tutto era vero. Vero.

Il mondo intero si organizzò in squadre di giornalisti avventurieri alla ricerca di quella gazzella senza nome, la figlia del vento. Quando la trovarono riuscirono a strapparle solo poche parole; in cambio tutto il mondo venne a sapere il suo nome. Baby. Banale, semplice, forse per questo vincente. Certo, quel nome fu capace di rifiutare un posto nell’Olimpo dello sport; non sapeva nemmeno cosa significasse la parola sport. Lei correva. E basta. A nulla servirono le preghiere, i soldi degli sponsor, le pazze offerte delle federazioni nazionali sportive. La bambina rifiutò, voleva restare con la sua famiglia. Punto.

Quel punto rimase fermo come un macigno. Ma, il destino, quello, si mise in moto, questa volta più veloce di lei.

Il direttore olimpico non era mai stato in una situazione simile. E non ci pensò 2 volte. Basta, fermate tutto, interrompete le gare, le cerimonie, i festeggiamenti. Spegnete le luci. Restate fermi. Com’è ferma adesso Baby, sotto i ferri, a lottare per la vita, dopo essere volata in aria. Una mina. Nient’altro che una mina. Quante ce ne sono nel mondo. Quanti proiettili nascosti e beffardi pronti a saltellare. Quello di Baby fu un passo più veloce del vento, ma la sua corsa si arrestò, bloccata da un muro d’aria improvviso.

Non si era mai visto un episodio simile. Non era mai accaduto. Mai, da generazioni in generazioni, si era assistito a questo. I giochi fermi, il silenzio padrone, lo stadio pieno in un’unica preghiera. E una ragazzina dal nome semplice e banale in una stanza putrida e maleodorante bruciata dal sole in un campo. Un dottore su di lei, lo sguardo attento, quasi religioso. Lo stadio non emetteva un suono, lo schermo era buio, come il buio intorno. E così finì.

Baby morì sotto i ferri. Quel tentativo estremo di salvarla non aveva fatto altro che apportare nuove infezioni, e ancora altre. Il suo corpo maciullato dal proiettile sotterraneo era ora una terra di batteri, che come fuochi roventi le dilaniavano l’anima. Baby se ne andò in mezzo al silenzio del mondo, allo stupore di chi in lei aveva visto la bellezza della libertà e la forza della natura. Le olimpiadi ripresero dopo 2 giorni. Il clima non fu più lo stesso. Il mondo non fu più lo stesso. La cerimonia di chiusura terminò con una foto, scattata chissà quando, che ritraeva una ragazzina sorridente. Era Baby.

Lontano, sull’altopiano, un vecchio guardava senza smettere il campo dilaniato dal vento. Aspettava la sua gazzella.

Raffaele Nappi

lunedì 23 luglio 2012

L'insostenibile leggerezza dei libri bianchi

"Sospedi tutto, annulla tutti gli appuntamenti. voglio restare solo."
"Ma come, signore? E la riunione con gli autori?"
"Ti ho detto che voglio restare solo."
Dicono che i modi bruschi siano derivati dal carattere del potere, e forse è così. Quel giorno, quel signore che di mestiere faceva il direttore, approfittò di tutta l'autorità che la sua posizione gli dava per essere lasciato in pace. Certo, non era facile circondarsi del silenzio in un ambiente come quello. Tra telefonate, giornali che svolazzavano, appuntamenti con tutti a tutte le ore. Il silenzio era una chimera da quelle parti.
Quel giorno, invece, silenzio fu. Il direttore volle cacciare tutti dall'ufficio, niente e nessuno doveva distrurbarlo. La sua sedia dondolava avanti e indietro, così come l'anima di quel sognatore. Era deciso; sì, quell'idea folle che gli era apparsa come un bagliore latteo andava sviluppata. Punto.
Tutti gli avrebbero remato contro; gli amici, convinti che fosse stato colpito da una malattia istantanea, i colleghi, rafforzati nell'animo di aver convissuto per anni con un estraneo, i parenti, disperati per quella mossa incredibilmente fallace. Gli imprenditori, quelli, avrebbero riso e festeggiato, una volta scoperta la novità. Un suicidio, niente di più, niente di meno. Il direttore, però, era deciso.
 E quella notte i suoi occhi non si chiusero nemmeno per un istante; il cervello era in bambola, scosso dalle prospettive. La moglie, rinchiusa nelle sue ansie, sfrenava il pensiero in libere fantasie astrali: "Si comporta in maniera strana, c'è qualcun'altra, di sicuro se la sta spassando con qualche sgualdrina in ufficio". Il povero direttore, più scorbutico del solito, non faceva nulla per smentire quei sospetti. Quando la notte si trasformò in alba, il direttore aveva già pianificato l'intera giornata. Quel 13 settembre, infatti, ci fu una riunione alle 11 in punto nella sala principale dell'edificio.
 Gli storici non dimenticarono quel momento. Il direttore parlò forte e chiaro davanti al consiglio di redazione; aleggiavano nell'aria sbuffi, borbottii. Il progetto era fallimentare. Niente da dire. Ebbene, il direttore, come ogni folle che tenta le sue imprese, trovò la buona sorte dalla sua parte. L'editore approvò, il direttore svenne. Quella casa editrice, ora stranamente guidata da una coppia formata da un direttore pazzo e un editore incredibilmente lucido nel dargli autonomia, stava per mettere giù l'idea che avrebbe rivoluzionato il secolo. In pochi mesi, giusto il tempo di stampare le copie, la filiera del libro si ritrovò sottosopra. Mucchi di libri bianchi si aggiravano per le città; completamente bianchi, quasi nulli oseremmo dire. Non un nome, nè un titolo. Le copertine erano tutte identiche. Bianco, che più nianco non si può.
E non immaginate cosa accadde quando il direttore, con l'appoggio dell'editore, ottenne il permesso per aprire la prima libreria, oramai rinnovata del tutto. Mura bianche si confondevano con colonne di libri bianchi, a guardarli bene non si sarebbero nemmeno distinti dal soffitto, bianco pure lui. Le persone accolsero con orrore e simpatia la novità. I membri del cda stavano già esultando, per modo di dire; la casa editrice era in perdita ma la ragione, quella, ce l'avevano ancora loro. Avevano avuto ragione, non c'è che dire.
 E invece, dopo un primo momento, fu la curiosità a prevalere sull'orrore. Quel senso di spaesamento cullava i lettori, li avvolgeva come coperta calda. E poi la lettura. E chi lo avrebbe detto. Senza titoli, senza quarte di copertina, bandelle, recensioni, critiche, controcritiche, premi, critiche ai premi, premi alle critiche, insomma senza tutto il contorno, i lettori si immergevano solo nelle parole, quelle sì in nero tra le pagine dei libri bianchi. Passò appena un anno dallo scandalo. I libri bianchi si diffusero prima come un bicchiere d'acqua nel mare, poi come mare nel bicchiere. La lettura diventò il passatempo preferito per le classi più disparate; tutti sembravano assorti dalla bellezza delle parole.
 La critica, quella, diventò matta. Molti professori furono licenziati, altri si licenziarono di tronco. Nessuno di loro poteva sopportare quelle scene. Vi chiederete perchè. Ecco, a 5 anni dalla diffusione dei libri bianchi, il direttore contattò l'istituto di statistica nazionale per stilare una classifca dei libri più letti. Orrore! Orrore! Orrore! Sembrava quasi che la libertà si fosse impadronita del mondo; i grandi della letteratura, fino a quel momento padroni inattaccabili delle parole, furono scanzati da autori più sconosciuti, potremmo dire quasi anonimi. Di Hemingway restò solo "Addio alle armi", di Dumas solo "Il conte di Montecristo", di Calvino solo "Marcovaldo". Proust fu completamente dimenticato, per non parlare di James Joyce. "La coscienza di Zeno fu trovato e messo via da qualche vecchio professore di Università. Nessuno lo cercava più, o forse nessuno lo continuava dopo le prime 7 pagine. Fu per questo che l'idea della classifca fu immediatamente rigettata dal direttore, almeno per rispetto verso una categoria che fino ad allora si era dimostrata sempre all'altezza.
Ciò che rimase, invece, fu lo spasso con cui gli uomini e le donne si avvicinavano ai libri, il divertimento con cui li sceglievano, la rapidità con cui li gettavano, l'amore sfrenato che provavono verso quelli che leggevano fino all'ultima pagina. Sì, perchè nel nuovo mercato dei libri bianchi, nessuno poteva bluffare. Tutti erano uguali e tutti erano diversi. Il direttore, una volto morto l'editore, lo sostituì a capo della casa editrice, che intanto era diventata padrona della filiera. Quando anche lui si spense, qualche lettore anonimo andò a depositare sulla sua tomba un piccolo libro bianco, anonimo pure lui. Non sapremo mai di che libro si tratti. Qualcuno dice sia di Saramago, o forse di Isabel Allende. Qualcuno giura sia di Collodi. O forse di Dostoevskij, di Boll, di Shakespeare, di Moliere. Non lo sapremo mai. Continueremo solo a leggere i libri bianchi, persi nell'amore delle parole.

Raffaele Nappi

martedì 10 luglio 2012

L'anima di un istante


Il signor Mosotti era un uomo tutto d’un pezzo. Quando si alzava dal letto l’alba cominciava a spumeggiare; la sveglia non strillava mai perché veniva spenta un attimo prima con estrema precisione dalla sua mano decisa. La barba non gli spuntava nemmeno a pagarla; i peli sapevano che, puntualmente, sarebbero spariti prima di vedere il millimetro di lunghezza.
Al lavoro, poi, si compiva il miracolo. Il signor Mosotti, capotreno della compagnia nazionale, aveva collezionato il record di precisione nella storia strada ferrata; mai una partenza in ritardo, mai un arrivo diverso dall’orario previsto dalla tabella di marcia. All’età di 45 anni aveva ricevuto il premio come miglior macchinista dell’anno e rilasciò-senza mai pronunciare più di 5 parole per risposta-una serie di interviste per la stampa e le tv locali.

I colleghi erano intimoriti di fronte a lui, quasi come fosse un dirigente in ispezione tra i subalterni; i superiori lo trattavano come un loro pari; i dirigenti non lo deridevano. La vita di Masotti, in linea con il suo lavoro, non si era mai spostata dal binario previsto: fidanzamento-matrimonio-figli. Tutto procedeva diretto come un treno-perdonate la banalità della similitudine-verso la pensione e il tanto meritato, e programmato, riposo. Una vita già scritta, direbbe qualcuno. Ma mai prevedere il futuro. Più lo si programma più quello scivola via verso destini beffardi e meravigliosamente incomprensibili.

Quella mattina Mosotti era già nella sua cabina di servizio, nemmeno a dirlo in anticipo rispetto a tutti i suoi colleghi. Il treno era sempre lo stesso. Da città a città, da una metropoli a un’altra, salendo o scendendo verso l’orizzonte. Dritto sul sedile, concentrato sempre e solo sulla strada-nonostante si potrebbe dire la sapesse più che a memoria-Mosotti pareva un cavallo a cui fossero stati installati dei paraocchi neri, permanenti e dominatori. Era vietato rivolgergli la parola durante il lavoro, e, nel malaugurato caso in cui qualche collega scambiasse impressioni del tutto improvvise con qualche suo vicino, arrivava incombente come un tuono il richiamo del macchinista.

Quella mattina, dicevamo, Mosotti procedeva lungo i suoi binari, accompagnato dai suoi paraocchi neri. Il viaggio era quasi a metà, la distanza percorsa sforava i 300 km; ne mancavano altri 310 per giungere alla stazione d’arrivo (312km e 257 metri avrebbe suggerito il macchinista) . La concentrazione, come al solito era massima. Rallentare leggermente in curva, scaricare la potenza quando la strada-ops, i binari- è dritta. Il lungo rettilineo, quello che attraversa i gialli campi e le campagne tipiche del paesaggio di mezzo, era cominciato. Nulla potè impedirgli di vederla. Da lontano pareva una foglia. Una foglia strana. Poi, avvicinandosi, l’effetto della fata morgana si dissolveva sempre più, svelando qualcosa di vivo. La foglia si muoveva. A tratti rimaneva immobile, poi ricominciava a mostrare le ali. Le ali. Sì, era un uccello. No, non un uccello. Mosotti-con uno stupore capace di smuovergli la faccia di gesso che era abituato tenere mentre era al lavoro-si rese conto che su quel lungo rettilineo in aperta campagna, lì dove il paesaggio avvolge i binari fino a cullarlo nella sua bellezza, quando la velocità raggiungeva i 297km orari e la distanza percorsa si aggirava intorno al 302 km, lì, su quel binario di un nero quasi morto, arroventato dal sole, lì, su quel pezzo di ferro in mezzo alla natura, c’era una farfalla. Una farfalla. Bianca, macchiata di colori rossi e gialli. Una farfalla meravigliosa. La mente del signor Mosotti non riuscì a selezionare le azioni in modo razionale e ordinato. Quel che accadde, ancora oggi, non ha una logica precisa.

Con una forza vettoriale che superava tonnellate e tonnellate di trazione verso l’avanti, con un rumore di ferraglia che svegliò gli animali nei campi vicini, con un movimento deciso e fermo, il signor Mosotti frenò. E frenò così tanto da far accavallare dietro di sé, come macchinine giocattolo, i vagoni che lo seguivano. Frenò senza un messaggio di avviso ai viaggiatori, senza una comunicazione ai colleghi che parlavano sottovoce alle sue spalle. Come nelle storie a lieto fine, quell’ammasso di ferro si arrestò a pochi centimetri dall’animale. La farfalla, immobile, restò qualche secondo ancora nel suo rifugio mortale, poi, leggiadra, volò via.

Il signor Mosotti non ebbe mai una spiegazione valida per il suo comportamento. La compagnia statale lo mise più volte sotto interrogatorio per notti intere, cambiando psicologi e psichiatri, usando metodi ortodossi e non. Ma niente. Nemmeno il licenziamento, prima usato come arma di ricatto, poi sviscerato davanti ai suoi occhi come realtà indiscutibile, riuscirono a rianimarlo. La pensione, il riposo, il futuro programmato; tutto deragliato in un attimo.

Da allora il signor Mosotti vive in un manicomio. La moglie si è convinta di aver vissuto per 32 anni con un malato di mente, le figlie lo ignorano davanti agli amichetti, i colleghi hanno preso la loro rivincita. Di notte, qualche volta, ripensa al volo di quella farfalla bianca e meravigliosa, alla sua sinuosità perfetta, alla sua calma. Rivede quello sbatter d’ali morbido e gentile, come se l’aria fosse stata accarezzata placidamente, e sorride. Il signor Mosotti sogna. E, in cuor suo, nel più profondo dei sentimenti, sa di aver amato, almeno per un attimo.

Raffaele Nappi

martedì 3 luglio 2012

Papa Alino, il Papa Nero come i bambini


-Santa Maria In Trastevere?
-Sì, bravo proprio quella.
-Ma, sua Eccellenza, non le sembra un tantino… inappropriato?
-La Boston Mailing Group mi ha assicurato che le funzioni non saranno soppresse, i crocefissi saranno rispettati. Cosa chiedere di più? D’altronde per un prezzo così…

Quando il conclave si riunì per la duecentosettantaquattresima volta fu eletto Papa Alino, che entrò di prepotenza nella storia. Non solo perché il suo colore della pelle tendeva drasticamente al nero-qualcuno direbbe fosse un po’ troppo… “abbronzato”- ma poiché fu il primo papa della lunga storia ecclesiale ad essere eletto con tutti i voti, dico tutti, a favore. Nessuno metteva in dubbio, nemmeno nei meandri più intimi del dubbio personale, la rettitudine di quest’uomo, la sua capacità di parlare alle folle, la fortezza nel condannare le ingiustizie. Tutti, nessuno escluso, pensarono che papa Alino fosse la persona giusta, una manna dal cielo caduta a fagiolo, per risanare le crepe nella Chiesa, per riportarla a quella credibilità che da tempo le spettava. E tutto, almeno all’inizio, andò secondo i piani.

Quando il fascio bianco di fumo si avviluppò lungo il cielo di Roma, e la piazza si riunì di curiosi più che fedeli, fu strano vedere da lontano quella macchiolina scura vestita di bianco, qualcuno avrebbe detto che fosse addirittura nera. Un papa nero? Sì, un papa nero.

Papa Alino approfittò di quel palcoscenico per mostrare al mondo intero riunito al suo microfono tutte le sue abilità retoriche. Le parole che rimbombarono tra le fontane e le statue della piazza furono salde e precise, piene di calda speranza e di ferma condanna. Finalmente, un papa così. Finalmente!

Passarono giorni, qualche mese. L’attenzione dei giornali scemò come qualsiasi attenzione umana, che zompetta di evento in evento come un’ape che vola di petalo in petalo, troppo avida di curiosità per mettere radici su di un fiore. Ma, come sempre accade per la memoria umana, facile a dimenticare e altrettanto facile a riprendere un argomento come se niente fosse stato, il picco fu raggiunto prontamente durante una normalissima udienza settimanale. La sala vaticana era piena in ogni ordine di posto- usanza letteraria quanto mai azzeccata in un caso del genere- e, tra la folla, un folto gruppo di bambini si distingueva per il malcelato baccano. Papa Alino entrò su di una macchinetta blindata, con vetri appositamente neri per l’occasione. Raggiunse il microfono con abilità fisica quasi sconcertante rispetto ai suoi predecessori. E chi lo uccide questo? Pensarono in molti.

Papa Alino si prodigò in un saluto in mille lingue diverse, tutte universali. Poi, quasi timidamente, cominciò la sua riflessione.

“Care amiche, cari amici, care bambine, cari bambini. Vorrei parlarvi oggi di una decisione che ho maturato in questi miei primi mesi di pontificato. Molte cose sono cambiate in questo seppur breve tempo, e molte cambieranno. Il giudizio di Dio è sempre più vicino, il suo tempo sta per compiersi. Prepariamoci al meglio. Perché noi non sappiamo quando arriverà il Salvatore, ma dobbiamo farci trovare sempre pronti, sicchè ognuno di noi possa dire al Redentore “Io ho amato il prossimo mio come me stesso, come tu ci hai insegnato”. Anch’io, nel mio piccolo potere che ho su questa terra, ho deciso di darmi da fare. E lo dimostrerò. Giuro che ve lo dimostrerò.”

Giornali e televisioni subito ritornarono a piazzare i loro segugi tra le colonne del Vaticano, allarmati dallo scoop che lasciavano presagire quelle parole. E, come spesso accade, la notizia non si fece attendere. Un informatore segreto, che acconsentì a farsi chiamare il corvo II (qualcuno ricorderà forse un episodio simile che generò il primo vero corvo della storia) rilasciò dichiarazioni sconvolgenti attraverso una serie di interviste a raffica per 10 televisioni diverse e 15 giornali di tutto il mondo. Riportiamo, qui di seguito, il discorso segreto del Papa Alino con i suoi più stretti collaboratori al momento della discussione.

-Santa Maria In Trastevere?
-Sì, bravo proprio quella.
-Ma, sua Eccellenza, non le sembra un tantino… inappropriato?
-La Boston Mailing Group mi ha assicurato che le funzioni non saranno soppresse, i crocefissi saranno rispettati. Cosa chiedere di più? D’altronde per un prezzo così…

Papa Alino aveva mantenuto la parola. In nome dell’amore verso il prossimo come se stessi egli decise di vendere la storica Chiesa di Santa Maria in Trastevere agli americani della Boston Mailing Group per tre triliardi di dollari. Con quei soldi, di cui buona parte fu fatta stampare subito dal papa per evitare che finisse nelle profondissime fortezze delle banche vaticane, 100 mila bambini furono salvati dalla fame e coinvolti nel progetto- dal nome tutt’altro che fantasioso- “Anche Papa Alino aiuta il prossimo”. I bambini furono inseriti in strutture moderne e, insieme alle proprie famiglie, studiarono nelle migliori università del mondo. Quando si chiedeva loro in cosa credessero, subito ti rispondevano “Nel mio prossimo, come Papa Alino!”. Visto il successo dell’iniziativa, e data la freschezza atletica del papa nonostante la veneranda età, 20 anni dopo egli decise di dare avvio alla seconda edizione del progetto.
 In esclusiva mondiale riportiamo il dialogo tra Papa Alino e i suoi funzionari, in base alla testimonianze di un informatore segreto, fattosi chiamare per l’occasione il corvo III (qualcuno, tra le righe dei giornali, aggiungeva con blasfemia il termine la vendetta) .

-Egregi Cardinali, non guardatemi così. Mi sento ancora in piena forma.
-Ma, sua Eccellenza, noi tutti vogliamo che lei viva il più a lungo possibile.
-Colgo l’occasione, allora, per comunicarvi la mia nuova decisione. L’azienda americana Facebook mi ha appena presentato un’offerta per 10 triliardi di dollari. Riuscite a immaginare quanti bambini potremmo salvare dalla fame?
-Tantissimi sua Eccellenza, tantissimi. Ma, ci dica, per cosa le hanno offerto tutti questi soldi?
-State tranquilli, miei cari. Gli americani mi hanno assicurato che niente sarà cambiato. Al massimo qualche verniciata di blu e qualche f dipinta al centro della cupola.
-La cupola? Di quale cupola sta parlando, sua Eccellenza?
-Naturalmente, della cupola di San Pietro. Non è un’offerta incredibile?!

Qualcuno dice che molti cardinali svennero saputa la notizia. I bambini, quelli, cominciarono a festeggiare.

Raffaele Nappi

mercoledì 27 giugno 2012

Ditelo a mio padre


-          Andiamo?
-          No.
La risposta più o meno è sempre la stessa.
Mi piace la scuola, mi piace stare in giro a giocare con i miei amici, mi piace passare il tempo nel quartiere. Di mattina, appena mi alzo, vedo la luce dorata che si riflette nel mio baldacchino d’oro. È una bella sensazione. Mi sveglio con un miliardo di buone intenzioni.
 Faccio colazione con tutta la famiglia al completo; solo papà ogni tanto manca. Mi dicono che è uscito presto per andare a lavorare. Ho 10 anni ma tutti dicono che ne dimostro di più.
 Non mi piace questa frase. Vorrei essere bambino ancora per molto, non sono pronto per la vita vera. Appena finita la colazione sono già tutto ordinato per andare a scuola. Mi piace la scuola. Mi piace passare il tempo con i miei amici.
La macchina guidata dall’amico di papà è così bella che tutti si fermano a guardarla quando arrivo nel cortile. È nera, brilla sempre quando il sole si bagna sui suoi specchi. Di solito mi siedo dietro, così sono più comodo e faccio tutte le facce che voglio, senza dare spiegazioni.
 Scendo con un po’ di vergogna nel cuore perché sento troppi occhi addosso ai miei. Cerco di arrivare qualche istante prima della campanella, in modo tale da poter entrare subito in classe. Mi piacerebbe tanto passare il tempo a chiacchierare con i miei amici, prima del suono di quella campanella. Le lezioni sono sempre così interessanti.
 Sono molto attento, mi piacciono l’Italiano e la Geografia. Ogni tanto cerco di fare qualche domanda ai miei amici sulle capitali più strane al mondo ma quelli non mi rispondono. Sono seduto in un banchetto vicino alla cattedra. Certo, lo spazio nella classe è quello che è, ma mi sarebbe piaciuto stare vicino ai miei amici. Quando arriva l’ora dell’intervallo spesso vado direttamente in bagno. I miei amici fanno capolino nel corridoio per spiare le ragazze delle altre classi.
Mi piacerebbe guardarle con loro. Alcuni si mettono in cerchio e si scambiano i telefonini, lontani dallo sguardo della maestra. Io me ne sto in bagno e ci resto più del dovuto. Non ho mai capito come facciano a stare sempre insieme. Sono un tipo preciso, io. Torno in classe e mi siedo al banchetto, con la maestra che mi guarda, più spaventata che compiaciuta.
 Ogni tanto me ne vado alla finestra a guardare il vento che soffia tra gli alberi. Mi piace guardare il vento. C’è sempre, anche se non lo vedi mai. Quando i 15 minuti di pausa sono finiti la maestra ha difficoltà a far tornare l’attenzione tra noi. Tutti pensano già alla fine della giornata.
 Alcuni minuti prima della campanella siamo già pronti per uscire; lo zaino in spalla, chiuso, il cappotto sulle spalle, abbottonato. Non ho mai capito chi si prepara prima della campanella. Dovrebbero farlo dopo. Altrimenti che esisterebbe a fare la campanella? Sono un tipo preciso, io. Quando usciamo è il momento più bello per tutti. I miei amici si spingono tra di loro, fanno i trenini, salutano le altre ragazze tutti rossi in faccia. Mi piacerebbe giocare con loro.
 Nel cortile c’è sempre l’amico di papà, già pronto con la macchina accesa. Salgo su con la vergogna che mi accompagna e gli sguardi delle mamme che mi seguono fin dentro. Non mi piace essere guardato così tanto.
 Il pranzo, di solito, lo mangio in compagnia della donna che ci aiuta in casa. Non è straniera, ed è già qualcosa. Scambiamo poche parole. Mia mamma è sempre stanca; sta a letto e a telefono buona parte della giornata. Mio padre lo vedo solo la sera, alle 8. Il pomeriggio è sempre un’occasione per divertirmi. Ho dei giochi fantastici; posso far finta di essere un generale delle truppe americane e sparare tutti i miei nemici. Posso essere il Presidente delle Nazioni Unite che ha il compito di salvare l’umanità contro l’invasione aliena. Passo parecchie ore nella mi stanza davanti allo schermo. Il sole che sbatte sul pavimento viene spesso a farmi compagnia. Quando se ne va, sento un po’ di nostalgia.
 I miei amici giù, nel quartiere, giocano con il Super Santos. Mi piacerebbe giocare con loro. Sono un portiere nato, io. Ma non posso. Papà dice che è pericoloso.
Una volta sono sceso senza dirlo a nessuno. Tutti mi credevano davanti allo schermo, che in effetti era rimasto acceso per la buona riuscita del mio piano. Quando ho visto i ragazzi mi sentivo battere il cuore dalla gioia. Era un po’ a disagio per il fatto degli sguardi, ma avevo la ferma decisione di sfruttare quella piccola occasione che m’ero creato. I ragazzi mi hanno visto arrivare, qualcuno di loro se n’è andato subito. Forse aveva da fare. Gli altri hanno detto che oramai s’era fatto tardi e che avremmo giocato il giorno dopo. Purtroppo sono stato scoperto quel giorno stesso, mi hanno messo in punizione. Non  mi è rimasto che stare ad ascoltare le loro urla appresso a quel pallone, in compagnia del sole dorato che sbatteva sul pavimento della stanza.
 La sera si cena sempre alle 8 in punto a casa mia. Il tavolo è lungo, di legno lucido. Mio padre siede sempre a capotavola insieme al suo amico. Sembra che abbiano sempre da fare. Parlano, parlano, parlano. Ogni tanto papà mi chiede se voglio un regalo. Io accetto, mi piacciono i regali. Ma vorrei che stesse più tempo insieme a me e non sempre con i suoi amici.
 Mi basterebbe un regalo in meno in cambio di un’ora passata con me nella mia stanza dorata. La sera, dopo cena, rimango a vedere la tv insieme alla donna delle pulizie. Mamma si rimette al telefono; ogni tanto si chiude nella stanza di papà ma non ne capisco il motivo. Spesso mi ritrovo addormentato sul divano, con la tv ancora accesa. Me ne torno in stanza, tutto addormentato. Quando sono sul letto, però, mi viene da pensare.
 Vorrei essere un bambino come tutti, senza troppi sguardi addosso. Vorrei avere una famiglia piccola ma normale, che passi il tempo insieme a me piuttosto che sparire ogni momento. Vorrei avere un padre che non sia chiamato Capo, o Boss, o Presidente. Vorrei che i bambini tornassero a giocare con me quando gli vado incontro. Vorrei che le persone non mi indicassero sempre ad ogni mio passaggio. Vorrei che la mia vita fosse normale, vorrei sorridere a mio padre, vorrei scherzare con mia madre. Vorrei che tutti nella mia famiglia fossero meno seri. Vorrei che la camorra, o almeno così la chiamano, non abitasse proprio nel cuore dei miei genitori, dei miei zii. Non voglio continuare a crescere in questa casa sempre chiusa. Non voglio i giochi, non voglio i regali. Voglio solo respirare aria fresca di libertà.
Se lo incontrare ditelo a mio padre.

Raffaele Nappi

mercoledì 13 giugno 2012

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano



Egregio Presidente Giorgio Napolitano,
si sa, sono tempi difficili per tutti, specialmente per noi giovani. Ma la mia, questa volta, non è una lettera di lamentela per le condizioni della ”categoria” cui appartengo. Vorrei porgere alla sua attenzione un’altra questione. Dopo la pubblicazione di numerose inchieste su diversi giornali italiani, ultima quella apparsa oggi, 11 giugno, sulla <<Repubblica>>, sale la rabbia e lo sdegno per quello che sta accadendo nel nostro Paese. I Cie, centri di identificazione ed espulsione, somigliano sempre più a dei veri e propri lager. “A Torino nel 2011 ci sono stati 156 atti di autolesionismo, 100 per ingestione di corpi estranei e 56 per ferite di arma da taglio. Un terzo dei reclusi assume psicofarmaci” scrive <<la Repubblica>>. “Ci si taglia, ci si cuce la bocca, si ingoiano pile e altri corpi estranei. Così, sperano i rinchiusi dei Cie, andranno in ospedale e da lì sarà più facile scappare.” È una situazione vergognosa e insostenibile per il nostro Paese, che tanto si vanta di essere una moderna democrazia occidentale. Di occidentale, nel proposito, si nota solo la classica prepotenza nella reiterazione della forza come unico mezzo di autorità. La maggior parte degli “ospiti”, ovviamente stranieri, è rinchiusa in questi luoghi senza motivo e senza aver violato nessuna legge. In un Paese civile come il nostro, non possiamo ammettere ci siano comportamenti del genere. Durante la conferenza tenutasi a Roma “Mediamente diversi” proprio sul tema dell’immigrazione, molti giornalisti ed intellettuali hanno sottolineato con forza questa situazione, denunciandone il silenzio che si è generato intorno. Ad oggi, è vietato ai giornalisti accedere a queste strutture, e se ciò accade, lo si fa con largo anticipo, per avere tutto il tempo di “preparare la scena”. Tutti questi episodi denigrano la categoria dei giornalisti, oltre a calpestare i diritti dei migranti e il concetto di verità stessa. Le chiedo, con tutta l’umiltà della mia posizione, di prendere provvedimenti drastici in merito alla questione, di intervenire in maniera dura e chiarificatrice.  Proprio in questi giorni è in corso un’ispezione nei suddetti centri, ma, come già spiegato, i risultati potrebbero essere drasticamente lontani dalla realtà. Con il potere in suo possesso, potrebbe raccogliere gli sforzi di tutti quei giornalisti che lottano ogni giorno per smascherare tali ingiustizie e raccontarle all’opinione pubblica. Potrebbe invertire la rotta che, purtroppo, sta dirigendo il nostro Paese su posizioni sempre più intransigenti nei confronti di fenomeni migratori, e nei confronti della diversità in generale. In giorni come questi, mentre la popolazione è distratta da partite di calcio e crisi finanziarie, potrebbe dare un segnale forte, un segnale di dignità e di umanità dell’Italia. Un Paese in cui la civiltà non è solo simbolo di ciò che è stato, ma anche di ciò che è, e di ciò che sarà.

Raffaele Nappi   Roma, 11 giugno 2012 

martedì 5 giugno 2012

La volante sulle strisce, i poliziotti a fare colazione!


A volte basta scendere di casa e fare due passi per rendersi conto del Paese in cui viviamo. Ebbene sì. È successo proprio questa mattina. Viale Marconi, ore 9 e 16, una volante ferma per intero sulle strisce pedonali; a pochi metri, alla porta del bar, sorridenti e gaudiosi sostavano i poliziotti, con le mani indaffarate con cornetto e cappuccino. I miei rimpianti aumentano solo adesso, dopo essermi reso conto che una bella foto in faccia ai due mascalzoni avrebbe dato loro una solenne lezione. Inviterei caldamente i signori poliziotti, insieme ai carabinieri e agli ausiliari del traffico, a svolgere il proprio lavoro in maniera seria e precisa. Soprattutto tenendo conto che  proprio in via Enrico Fermi, ogni giorno, sono DECINE, le auto parcheggiate sulle strisce pedonali. Con che spirito quei due mascalzoni faranno le multe agli altri automobilisti? Un bell’esempio, davvero un bell’esempio.

Raffaele Nappi

lunedì 4 giugno 2012

Cine-Ma, La Dolce Vita


La dolce vita Italia-Francia 1960, di FEDERICO FELLINI, con MARCELLO MASTROIANNI, ANITA EKBERG, ANOUK AIME’E, YVONNE FURNEAUX, ALAIN CUNY.

Quando nel 1960 ebbe luogo la prima de “La dolce vita” al Capitol di Milano Fellini fu fischiato e addirittura sputato in faccia perché secondo Cabona considerato “detrattore” dell’aristocrazia e della borghesia italiana dell’epoca; anche Mastroianni venne insultato. La pellicola, la sera stessa, venne ritirata per motivi di ordine pubblico: il regista venne surclassato da telegrammi che lo apostrofavano come un comunista, un ebreo e un traditore; il Vaticano incitò i propri fedeli affinchè pregassero per l’anima del regista; l’Osservatore Romano aprì i due giorni consecutivi l’uscita con titoli come “La sconcia vita” e “Basta!”. Tutto ciò ha contribuito a creare intorno alla pellicola quel fascino del proibito che portò le folle ad accalcarsi fuori le sale cinematografiche.

Nonostante sia circondato da un alone di negatività e mistero non si può negare la grandezza e l’originalità di un film che, a distanza di cinquantadue anni, suscita ancora emozioni uniche soprattutto per le scene di forte impatto morale, culturale e psicologico.

La vita di Marcello attorno alle notti mondane di Via Vittorio Veneto (tra l’altro ricostruite a Cinecittà) in compagnia del fotoreporter Paparazzo (da qui è stata coniata l’espressione attuale per indicare i fotografi sempre in cerca di nuovi scoop) con il quale è sempre in prima linea negli avvenimenti scandalistici che contano a Roma; di donne ricche (con cui intraprendere relazioni extraconiugali); di stelle del cinema con cui balla fino all’alba e si immerge nella famosa fontana. Indimenticabili le feste improvvisate nelle ville della borghese aristocrazia romana di cui il personaggio incarnato da Mastroianni è il principale, e più richiesto, protagonista. L’insensatezza e la superficialità di questa vita porta successivamente Steiner, scrittore e conoscente di Marcello, all’omicidio dei suoi bambini e al suicidio, che in questo mondo insensibile e sconclusionato può sembrare l’unica via di uscita.

Per onorare la Repubblica Italiana, ricordiamo che la R.A.I. ebbe il barbaro coraggio di trasmettere quello che è stato considerato dai migliori critici uno dei capolavori assoluti di tutti i tempi nel 1976 ben sedici anni dopo la sua uscita.

Marco e Domenico

venerdì 1 giugno 2012

La leggenda del giullare triste

Il re confuso compose una canzone.
Una canzone?
Sì, proprio una canzone!
E quando l’ha scritta?
Stanotte, dicono che non abbia mai smesso di lavorare.
E adesso, noi che fine faremo?
Facile; ci ha sfidato in un grande duello pubblico. Ci sarà una festa aperta a tutti. Verranno signori da ogni contea. E il re, si dice, canterà la sua canzone per la prima volta.
E noi?
Noi dovremo sfidarlo con le armi che abbiamo sempre avuto; sarà una battaglia a suon di parole. Ma solo il vincitore rimarrà in vita.
Solo il vincitore? Io non voglio partecipare! Sto bene così.
Troppo facile. Il re vuole proprio noi.
Non accetto. Mi rifiuto!
Se non partecipi ti ammazza adesso.
Porca puttana.
Porca puttana.

I due giullari avevano solo 3 giorni di tempo per prepararsi alla sfida del secolo. Nel castello arrivavano ad ogni ora signori e conti, in attesa del grande evento.

Perché non prepari niente?
E’ inutile. Tanto già so che verrò decapitato. Da qui a 3 giorni sarò solo un tronco freddo.
Con te è sempre la stessa storia.
Lasciami perdere.
Ti lascio perdere.

Era arrivato il giorno. Il sole si era nascosto da tempo. La serata era scossa da leggeri grappoli di vento, che a tratti disegnavano in capo ai partecipanti fili di figure fantastiche e irripetibili. Alcune anche buffe. I due giullari entrarono accolti da un applauso convinto. Erano in fila. Il secondo sembrava abbastanza contrariato.

Forza cammina. Seguimi.
Un attimo, un attimo.
Non fare cavolate. Giochiamoci le nostre carte.
Tanto è inutile.

I due si posizionarono al centro della scena. Si fece silenzio. I volti dei presenti si girarono tutti nella direzione opposta. Il re, lento, avanzava. I suoi vestiti erano bianchi e gialli, il portamento non ingannava. Si fece di nuovo silenzio.

Vai.
Tanto è inutile.
Ti ho detto vai.
Te l’ho detto, tanto è inutile.

I due giullari cominciarono a cantare. Nessuno dei presenti ebbe il coraggio di cambiare posizione. Poi fu la volta del re. Era la prima volta che un re si esibiva in pubblico. Non si era mai vista una cosa del genere. In altri tempi lo avrebbero deriso a morte. Ma nessuno osava farlo. Lui era il re.

Durante quella melodia i due giullari cominciarono a tremare.

È la fine. Te l’avevo detto.
Non disperare. Aspettiamo.

I due giullari furono condannati a morte. Fu il primo caso di commissione comprata nella storia.

Forza cammina.
A ora sei tu a spingere?
E’ andata così. È stato bello lo stesso.

 Il patibolo era già stato preparato dal pomeriggio. Quando il re fu dichiarato vincitore alcuni servi entrarono con la macchina di morte. Il cappio penzolava, affamato. I due giullari camminavano lenti lungo il percorso che li avrebbe portati al cielo. Avanzavano. Quello più indietro era più lento del solito. A un tratto si fermò.

Cammina!

Nessuno dei presenti osava esprimere una protesta. Il giullare più piccolo fu il primo a essere posizionato sulla pedana. Mise la testa nella posizione giusta. E cominciò a cantare. Cantò come mai nessuno aveva cantato prima. Cantò come uno spirito redente. Tutti i presenti rimasero commossi dal giullare. Ma nessuno poteva versare lacrime. Il re li avrebbe uccisi all’istante. E così i due giullari se ne andarono, in silenzio, ma con quella melodia sognata nella mente di ogni presente.

Da allora, tutte le notti, le mamme raccontano ai propri bambini la storia del giullare. E gli spalancano la porta dei sogni cantando la sua canzone. Eccola http://www.youtube.com/watch?v=MghrptkC--0

Raffaele Nappi

domenica 27 maggio 2012

I Sogni


Fadi era solito restare fermo nel suo angolino a pensare. Era introverso, preferiva ascoltare piuttosto che gridare. Giocava poche volte con gli altri. Dhaki amava leggere i libri, specialmente quelli pieni di figure tutte colorate, e si divertiva a ricopiarle nel suo quaderno tutto speciale. Anuar amava stare all’aperto, scappava sempre in giro verso qualcosa o qualcuno, correva, correva, correva. Fin quando non si arrestava all’improvviso, tutto stanco ma sorridente. Amir era il più piccolo dei suoi fratelli. Tutti lo coccolavano, tranne il padre, che diceva sempre che troppo amore, alla lunga, gli avrebbe fatto male. Ayman, invece, seguiva alla lettera tutto quello che gli dicevano i suoi genitori; aveva paura di essere rimproverato. Basim gioiva come un matto quando si ritrovava con gli amici per giocare. E sorrideva. Fares era orgoglioso e fiero; si esercitava con la sua spada di carta e la guerra, lui, l’aveva vista solo per gioco, nella sua piccola stanza. Hamzi era forte, nonostante il suo corpo fosse così arzillo; si divertiva ad alzare una sedia con tutt’e due le braccia per dimostrare al padre di cosa fosse capace. Ihlam volava con il pensiero prima di tutti; era così brava in classe da far spavento. Amira era bellissima. Nessuno aveva mai visto una bambina così splendida da secoli.

Venerdì, con un gesto di violenza inaudita, l’esercito siriano ha ucciso centinaia di persone ad Hula. In un attimo si sono spenti i sogni di 32 bambini. Ora giacciono avvolti in coperte bianche, macchiate di rosso. Da quando hanno avuto inizio le violenze in Siria il bilancio totale dei morti è di 11.675, tra cui oltre 1.100 (millecento) bambini e 232 donne. Dietro ogni numero c’è una storia. Dietro ogni storia c’è una paura. La paura di vivere l’inferno, e la speranza di uscirne al più presto.

Dedicato a millecento sogni infranti

Raffaele Nappi

sabato 26 maggio 2012

Cine-Ma: Pulp Fiction


Pulp Fiction U.S.A. 1994, di QUENTIN TARANTINO, con JOHN TRAVOLTA, SAMUEL L. JACKSON,TIM ROTH, AMANDA PLUMMER, ERIC STOLTZ.

 Come primo film a colori proponiamo uno dei film più acclamati dal pubblico giovanile- e non solo- degli anni ’90. Pulp fiction è la seconda fatica del regista italo-americano, all’epoca (nel ’94) poco più che trentenne, che ha suscitato scalpore per le sue scene eccessivamente cruente e contraddittorie. Nonostante non si possa negare il virtuosismo tecnico e la particolarità della sceneggiatura, che non a caso è stata premiata con l’Oscar a Hollywood e la Palma d’oro a Cannes, un cinefilo saprebbe riconoscere senza particolari difficoltà le numerose e continue citazioni da cui Tarantino attinge: Jules Winnfield e Vincent Vega ad esempio rimandano a Frank Webster e David Catania, i due killer statunitensi de “La mala ordina” che hanno il compito di trovare il piccolo sfruttatore di prostitute Luca Canali; la scena paradossale dello stupro omosessuale del boss Marcellus Wallace è un estremizzazione della medesima in “Un tranquillo weekend di paura” di John Boorman; la frase rivolta da Bruce Willis a Zed fu originariamente utilizzata da John Wayne in “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks, altro regista da cui prende vari spunti. Il mexican standoff finale è un omaggio a “Il buono,il brutto e il cattivo” di Sergio Leone.

La pellicola si divide in quattro episodi che, nonostante non seguano un ordine temporale logico, alla fine si intrecceranno tra loro e sfoceranno nel la situazione Bonnie; l’epilogo si riallaccia a sua volta alla scena iniziale del film, andando a chiudere un cerchio temporale volutamente illusorio. Tutti gli episodi che ci vengono presentati hanno in comune l’evento del paradosso che ha il potere di sovvertire la quotidianità: Jules che cita la Bibbia prima di freddare le vittime; i due killer che scampano ad una raffica di mitra a pochi mitra di distanza (intervento divino o pura coincidenza?); la siringa di adrenalina che Vincent, tremolante, è costretto a conficcare nel petto di Mia (moglie del boss) che va in overdose dopo aver sniffato eroina; il boss stesso che, dopo aver incontrato ed inseguito il pugile che lo aveva tradito, subisce una tortura sodomita da un poliziotto schizoide in un negozio di ferramenta nel quale era entrato per caso; l’hitman bianco Vincent che viene banalmente ucciso dalla sua stessa vittima a causa di un “bisogno” improvviso; infine ancora entrambi i killer costretti a ripulire la loro auto da sangue e frammenti di cervello per aver fatto casualmente saltare in aria la testa di un traditore del boss Wallace. In conclusione possiamo aggiungere che Pulp Fiction è sicuramente un cult: nonostante le continue citazioni e allusioni resta comunque un film a suo modo originale.

Marco e Domenico