giovedì 2 agosto 2012

Le Olimpiadi e la bambina


Di solito preferiva restare da sola. Ma c’era sempre qualcuno, lì nascosto tra gli alberi, ad osservarla. Baby non era un nome poi tanto male per una ragazzina come lei. Forse, al massimo, un po’ troppo occidentale. Quando i fratelli andavano a lavoro lei se ne stava nella foresta per pomeriggi interi. Correva. Correva su per le alture dell’altopiano, senza guardare mai il sole; il capo chino e la schiena dritta, immersa nell’aria. Una bambina poco veloce, ma resistente come pochi. Se gliel’avessero chiesto non avrebbe saputo rispondere. Baby, allora, com’è nata questa sua passione per la corsa? A dire il vero non so, passo i pomeriggi correndo, mi piace diventare vento, tiepida sotto il sole, galleggiando nell’aria. Ma, mi raccomando, non lo dica a nessuno, non scriva il nome, per piacere. I miei non devono sapere.

Baby, a dire il vero, non avrebbe nemmeno risposto alla domanda. Non le piaceva rispondere. Forse non le piaceva nemmeno parlare. Possedeva, a dirla poeticamente, quella capacità elegante e superba della bellezza rude, quasi violenta, inattaccabile. Era un’anima selvaggia, nuda nella sua fierezza.

Non era sola, dicevamo. Come qualsiasi bellezza inattaccabile, Baby era braccata dal cacciatore. Il suo, però, era uno di quei cacciatori immobili, statici, che aspettano per una vita intera se necessario. Quello, l’aveva vista correre solo per pochi metri, una volta sull’altura, e svenne, all’istante. Da allora non aveva fatto altro che seguirla. Era un vecchio saggio con la passione per la solitudine, perso nella vita tra la vita degli altri. Non voleva farle del male, per carità. Era solo così; era necessaria. Guardarla gli serviva per andare avanti. Era una meteora senza esplosioni. Nessuna cometa, nessuna scia. Nessuna scomparsa.

Il vecchio cacciatore, dannato stratega di novità, era un appassionato mortale per la tecnologia. Fu così che, dopo 7 mesi dall’ordine presso la posta del paese più vicino, arrivato un pacco contenente un pc si ritrovò di nuovo tramortito a terra. Era così, non conosceva mezzi termini. Per fortuna non conobbe il matrimonio, altrimenti sarebbe cascato dritto in terra anche lì. L’emozione lo investiva. Punto.

Tralasciamo, delegando l’immagine al lettore, cosa accadde quando il vecchio cacciatore si dotò di un telefonino incorporato di telecamera. E di come se ne girava con quell’arma maledetta in pugno a seminare il panico tra gli abitanti del villaggio, che lo assalivano ogni volta erano puntati da quell’aggeggio nero. Il cacciatore, dicevamo. Niente, nemmeno gli svenimenti più recenti, lo fecero allontanare dalla sua gazzella. Ogni pomeriggio, in un altopiano scosso dal vento, si incontravano senza vedersi un vecchio pazzo con un telefonino e una ragazza più taciturna di una pietra che fendeva l’aria, lentamente.

Il cacciatore, quel pomeriggio di primavera, mise su il più grande progetto della sua vita. Grazie ad un impeccabile sistema di cronometraggio riuscì a misurare in quanto tempo la giovane gazzella attraversasse l’altopiano. E così nei giorni successivi. I quaderni, prima bianchi di solitudine, diventarono zeppi di numeri, cronometri, confronti. Il vecchio cacciatore, al tavolo, mentre era al lavoro, svenne. Svenne ancora. E ancora. Passò un intero giorno a rimanere secco. Si svegliava, guardava il quaderno, e cadeva come freddo corpo cade. Su e giù. Impazzito.

All’ultimo risveglio il vecchio cacciatore si decise. Sarebbe andato di nuovo all’altopiano. Per l’ultima volta. L’attrezzatura era fissata, l’obbiettivo pronto a inquadrare la storia. Come un Cacciatore finalmente degno del suo nome, il vecchio seguì la gazzella in ogni centimetro della sua corsa. Senza mollarla un attimo. Quando la gazzella scomparve all’orizzonte, annegata nel vento, tutto era fatto. Il tempo era preso, l’obbiettivo aveva fatto il suo dovere. Ora era tutto vero. Nessuno avrebbe potuto negare.

Il video fece il giro del mondo in meno di 80 giorni. In meno di un giorno. Una gazzella, violenta e selvaggia, che corre come impazzita verso il vento su un altopiano di una terra che forse manco esiste, talmente dimenticata da tutti. Una bambina senza nome, che ferma il cronometro sotto il record del mondo. Prima di tutti, prima del tempo umano, regolare, consentito. Un miracolo senza nome, senza storia, ma un miracolo. Team di scienziati confermarono la veridicità dei fatti. Nessuno sapeva chi avesse girato quelle immagini, non c’era descrizione alcuna, ma tutto era vero. Vero.

Il mondo intero si organizzò in squadre di giornalisti avventurieri alla ricerca di quella gazzella senza nome, la figlia del vento. Quando la trovarono riuscirono a strapparle solo poche parole; in cambio tutto il mondo venne a sapere il suo nome. Baby. Banale, semplice, forse per questo vincente. Certo, quel nome fu capace di rifiutare un posto nell’Olimpo dello sport; non sapeva nemmeno cosa significasse la parola sport. Lei correva. E basta. A nulla servirono le preghiere, i soldi degli sponsor, le pazze offerte delle federazioni nazionali sportive. La bambina rifiutò, voleva restare con la sua famiglia. Punto.

Quel punto rimase fermo come un macigno. Ma, il destino, quello, si mise in moto, questa volta più veloce di lei.

Il direttore olimpico non era mai stato in una situazione simile. E non ci pensò 2 volte. Basta, fermate tutto, interrompete le gare, le cerimonie, i festeggiamenti. Spegnete le luci. Restate fermi. Com’è ferma adesso Baby, sotto i ferri, a lottare per la vita, dopo essere volata in aria. Una mina. Nient’altro che una mina. Quante ce ne sono nel mondo. Quanti proiettili nascosti e beffardi pronti a saltellare. Quello di Baby fu un passo più veloce del vento, ma la sua corsa si arrestò, bloccata da un muro d’aria improvviso.

Non si era mai visto un episodio simile. Non era mai accaduto. Mai, da generazioni in generazioni, si era assistito a questo. I giochi fermi, il silenzio padrone, lo stadio pieno in un’unica preghiera. E una ragazzina dal nome semplice e banale in una stanza putrida e maleodorante bruciata dal sole in un campo. Un dottore su di lei, lo sguardo attento, quasi religioso. Lo stadio non emetteva un suono, lo schermo era buio, come il buio intorno. E così finì.

Baby morì sotto i ferri. Quel tentativo estremo di salvarla non aveva fatto altro che apportare nuove infezioni, e ancora altre. Il suo corpo maciullato dal proiettile sotterraneo era ora una terra di batteri, che come fuochi roventi le dilaniavano l’anima. Baby se ne andò in mezzo al silenzio del mondo, allo stupore di chi in lei aveva visto la bellezza della libertà e la forza della natura. Le olimpiadi ripresero dopo 2 giorni. Il clima non fu più lo stesso. Il mondo non fu più lo stesso. La cerimonia di chiusura terminò con una foto, scattata chissà quando, che ritraeva una ragazzina sorridente. Era Baby.

Lontano, sull’altopiano, un vecchio guardava senza smettere il campo dilaniato dal vento. Aspettava la sua gazzella.

Raffaele Nappi

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